Caratteri vegetazionali

L’ubicazione geografica di questa terra, la sua storia geologica, la varietà morfologica e pedologica delle sue superfici, la sua ampia escursione altitudinale, la molteplicità dei suoi aspetti climatici, sono tutti fattori che hanno indirettamente influenzato lo sviluppo, nel tempo e nello spazio,  della grande varietà di specie e di associazioni vegetali che la abitano.

Ogni specie vegetale è “come un vero e proprio strumento registratore di tutte le condizioni ecologiche che si verificano in un determinato ambiente” (Tomaselli, Balduzzi e Filipello, 1973) e come tale va considerata, quando la si osserva frammista alle altre, oppure quando ci sforziamo di intuire dove trovarla, giudicando le caratteristiche dei luoghi.

In un sommario e ideale periplo degli Ernici, che ci elevi a spirale dalle pianure alle vette, troviamo in basso, nella Valle Latina (Macchia di Anagni), le ormai misere vestigia di quella che fu una splendida foresta planiziaria termofila con dominanza di Quercus cerris, Q. petraea e presenza di Q. robur, Carpinus orientalis, Populus alba. Spicca tra le erbacee, la presenza dell’orchidea Platanthera bifolia, qui abbondante per la natura argillosa del terreno, e sostituita sui calcari dalla congenere P. chlorantha. Nella Valle del Liri, quindi sul versante abruzzese ed anche per la determinante presenza del fiume, le essenze dominanti appartengono, in basso al genere PopulusSalix  con ampi spazi, sempre più consistenti, concessi al castagno (Castanea sativa), che confina in alto con la faggeta, con un trapasso che l’intervento dell’uomo ha reso talvolta fin troppo brusco. Il castagneto è presente, sparso, anche sui primi declivi meridionali, come nelle vallate di Fiuggi-Canterno, dove assume carattere di dominanza, e di Civita di Collepardo.

Il Lago di Canterno ospita un rigoglioso, seppur circoscritto, bosco di salici, che per l’abbondanza di radici aeree avventizie, dovute alle ampie variazioni di livello delle acque, di cui sono ricchi i suoli che lo ospitano, evoca suggestive immagini di giungle esotiche con i suoi giochi di luci e di specchi. Carici e tife formano tenui cortine che schermano i piccoli chiari, dove Ranunculus aquatilis occhieggia con le bianche corolle, o le acque profonde dove prospera Polygonum amphibium  dalle rosee spighe fiorali.

Sempre sul lato di mezzogiorno, ampi e irregolari spazi dominati dalle dorate e inebrianti ginestre (Spartium junceum), cui si accompagna, mai abbondante, il frugale bagolaro (Celtis australis) con fioriture di Narcissus tazetta e nei coltivi, più raramente, di Tulipa silvestris, introducono ad associazioni più ricche e mesofile.

Quercus frainetto, Q. pubescens, Q. cerris, Juniperus communis, Cornus mas, Acer neapolitanum (splendido acero endemico del nostro centro-meridione), Acer monspessulanum, Ostrya carpinifolia, Carpinus orientalis e C. betulus, Corylus avellana, Tilia cordata (il non comune tiglio selvatico), Fraxinus ornus, Lonicera caprifolium dal profumo intenso al pari di Dianthus monspessulanus, gradevole anche nell’aspetto piumoso, e poi le rarissime (per l’Italia centro-meridionale) Dictamnus albus e Anthericum ramosum; Orchis militarisO. simia (eleganti orchidee dai curiosi fiori antropomorfi), Ophrys crabronifera e O. tetraloniae (la prima e l’ultima a fiorire, fra le Ophrys), la non comune Ophrys insectifera, Globularia punctata, Campanula persicifolia e C. fragilis (quest’ultima con le luminose e patenti corolle occhieggianti dalle rupi): minuscola parte di una ben più ampia schiera multiforme e multicolore che, col variare delle stagioni, muta le sue tinte e ancor più quelle del caotico e stupefacente mosaico che compone.

Una visita alla solenne foresta di Trisulti, ed alle sottostanti vallate di Capo Rio e di Capo Fiume, costituisce il miglior compendio di tutto quanto si è appena detto: le rubiconde fiammate degli aceri d’autunno o le candide fioriture primaverili dei frassini saranno comunque motivo di intense emozioni. E come tacere dei lecci (Quercus ilex) che, risalendo dal piano attraverso le calde rocce dei valloni, hanno scelto di affondare le radici sulle vertiginose dolomie dello zoccolo della Rotonaria?

Da qui il faggio (Fagus sylvatica), che già si era intrufolato più in basso, inizia il dominio incontrastato del piano montano su tutti i versanti. Splendide faggete, con esemplari davvero giganteschi, si trovano a Sella Faito, Valle dell’Orso, Valle Fredda, Bosco La Felce, Valle dell’Agnello, Valle Pratiglio, Vallone della Selvastrella, Vallone del Rio e Valle dell’Inferno:  colonne da vertigine addobbate con festoni di licheni oppure massicci e accidentati tronchi titanici, abbrancati al cielo e alla terra con rami e radici possenti.

Come non sorprendersi assorti a riflettere sulla grandiosa potenza della Grande Madre Natura? Come non soffermarsi a meditare, in quel silenzio fatto di cinguettii e vaghi stormir di fronde, sugli impenetrabili significati dell’Esistenza? Come non accorgersi che la Morte in questi luoghi non ha senso, ma è solo al servizio di nuove manifestazioni vitali? Tutto è solenne, tutto impone rispetto a reverenza: si è al cospetto della Vita!

Di una vita, che si perde nella notte dei tempi come provano, nella Valle dell’Inferno, ciclopici e cupi esemplari di tasso (Taxus baccata),testimoni superstiti di ormai remote ere terziarie, tenaci baluardi della loro specie contro gli insulti e le offese che una strada forestale ha portato, anche a loro spese e benché protetti, in quella superba foresta. E non certo minor considerazione merita la corte verdeggiante che li accompagna: Ilex aquifolium, Acer pseudoplatanus e A. platanoides (il non comune e magnifico acero riccio), Daphne laureola, Anemone nemorosa, Convallaria majalis (l’odoroso  e rarissimo mughetto), Narcissus poëticus e, in alcune radure pietrose e scoscese, una odorosissima Iris che accentua il suo fascino per il fatto che, ad oggi, non è stata ancora determinata (Iris marsica?). Non possiamo poi dimenticare la purpurea Cephalanthera rubra e la modesta, ma rarissima, Epipactis persica, il cui centro di diffusione è nel medio oriente turco-afgano, e che è stata qui scoperta solo di recente.

Ancora più in alto, sempre più tendenzialmente monofitica, la faggeta ospita nello strato arboreo qualche rara Sorbus aucuparia e, fra le erbacee, la meravigliosa e rarissima Aquilegia ottonis con la sua altera congenere A. vulgaris, la bella e rara felce Polystichum lonchitis e Saxifraga rotundifolia; sulle rupi cresce l’endemica e delicata Campanula tanfanii.

Siamo ormai in vista delle praterie d’altitudine, dalle quali ci dividono solo gli ultimi contorti faggi, con le loro posture mostruose, e sparsi arbusti cespugliosi del raro Sorbus chamaemespilus. Poi è il regno degli spazi aperti e delle brulle dorsali infinite, cosparsi di Sesleria, Festuca e Nardus o dai tappetini di Juniperus nana e di Arctostaphylos uva-ursi. I segni del sovrapascolo e del conseguente degrado sono qui, ahimé, fin troppo evidenti, resi ancor più manifesti dal confronto con quelle zone inaccessibili agli armenti o fuori dai loro consueti itinerari. Tuttavia una gran moltitudine di specie variopinte e di grande interesse botanico popola questi spazi, dominio del sole e delle nubi, del gelo e del vento: talvolta fanno capolino dalle fessure delle rupi, oppure si nascondono fra i ginepri, magari in crudo contrasto con i loro lucenti fusti ormai morti, o sfidano le micidiali escursioni termiche direttamente sulle accecanti brecce incoerenti dei macereti.

E’ un mondo incredibile e incantato, che invita a riflettere, una volta di più, sulla infinita varietà di aspetti e di perfezioni con cui la Vita ha deciso di esprimersi sul nostro pianeta. Come non rimanere turbati nel tentare di cogliere quali travagliate vicende abbiano portato Leontopodium nivale, l’incantevole stella appenninica, ad assumere quel morbido aspetto tomentoso e ad abitare, oggi, nel nostro paese, solo in un minuscolo angolo di queste montagne e in altri cinque massicci appenninici? Altre endemiche vivono qui, tutte magnifiche e preziose, e fra queste: Cynoglossum magellense, Myosotis ambigens, Erysimum majellense, Sempervivum italicum, Saxifraga porophylla, Viola eugeniae, Cerastium tomentosum, lucente imitazione della neve ormai sciolta, Arenaria bertolonii, Centaurea ambigua, Leucanthemum tridactylites e, ultima fra quelle qui scoperte, ma non ultima per eleganza ed eccezionalità, Ranunculus magellensis.

Notevolissime per bellezza e rarità: Aster alpinus, Orchis spitzelii (forse la più bella del suo genere, certamente la meno frequente dell’Italia intera), Orchis pallens, Nigritella widderi, Parnassia palustris, Erigeron epiroticus, Androsace villosa, Linum alpinum e L. capitatum (rare e splendide, l’una cerulea e l’altra dorata), Dryas octopetala (il delicato camedrio, prezioso relitto glaciale), Silene acaulis, Primula auricola, Ranunculus thora, Rosa pendulina, Armeria majellensis, Epipactis atrorubens, la curiosa felce Botrychium lunaria, Geum molle.

E ancora Pulsatilla alpina, Gentiana dinarica, G. verna, G. lutea e G. utriculosa, Daphne mezereum e D. oleoides (tanto ricche di veleno, quanto di un profumo che smarrisce i sensi), Doronicum columnae dalle corolle solari, Saxifraga paniculata e S. lingulata, Biscutella laevigata, Crocus napolitanus che tinge di violetto i prati primaverili, Globularia meridionalis, Thlaspi stylosum, Anthyllis montana, Minuartia laricifolia, Edraianthus graminifolius, Hypericum richeri … un gran turbinio di fogge, colori e profumi. Sono solo quelle che vengono in mente e si fa certamente un torto alle altre innumeri specie, tutte degne di attenzione e di rispetto per la loro unicità, per la loro fragile eppur tenace presenza sulla terra degli Ernici.

Gaetano de Persiis

One Comment

  1. Carlo Boldrighini
    Posted 26 settembre 2013 at 19:40 | Permalink

    Ottimo testo, bellissime foto!

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