La Fauna

Già si è fatto cenno alla lontana popolazione animale, che ha abitato gli Ernici nei tempi remoti. Altre specie hanno abitato qui in anni a noi molto più vicini senza però riuscire ad arrivare ai nostri giorni: ancora alla fine dell’800 i boschi delle vallate più solitarie risuonavano dei bramiti del cervo. I superbi palchi a dodici punte dell’ultimo della sua stirpe ne ricordava la triste fine nella sezione cacciatori di Alatri, fino agli anni ‘50. La lince, invece, ha lasciato memoria della sua presenza anche nello stemma, e nello stesso nome del Comune di Collepardo, che porta l’effige di un felino maculato, che in successivi rimaneggiamenti ha oggi assunto le sembianze di un leopardo, ma che in origine ritengo dovesse rendere omaggio al fantomatico ed agile “lupo cerviero”.

La sera alcuni contadini portarono al nostro alloggio un gufo di straordinaria grandezza armato di gran rostro e di terribili artigli, il quale ove fosse veduto a tal distanza che non paressero le sue orecchie e l’involucro di penne che gli attornia la testa, di leggieri si prenderebbe per un’aquila”, così riferisce l’abate Domenico Santucci, nel 1845, nelle sue lettere da Collepardo: da qualche tempo parrebbe che nessuno abbia più ascoltato il cupo richiamo del gufo reale e c’è quindi ragione di temere oggi per la sua presenza. E’ sempre viva e fondata la speranza, però, che anch’esso abbia saputo sfruttare la straordinaria capacità dei selvatici di eludere gli umani. Evitare l’uomo, ovvero non ricadere nella sua sfera di interessi, superstizioni, paure o anche futili voglie ha, da sempre, significato per i selvatici la differenza fra la vita e la morte.

E’ proprio un’esistenza fatta di mille precauzioni, vissuta negli angoli più selvaggi e solatii di queste montagne (ne fanno fede anche i toponimi di Vado dell’Orso e Valle dell’Orso), che ha consentito all’orso bruno di sopravvivere sugli Ernici, fino ai nostri giorni, in numero imprecisabile ma di certo molto, molto esiguo. Per tre volte ci ha concesso il privilegio d’incontrarlo e fotografarlo in questi boschi, ma anche la sola, inconfondibile, orma stampata sulla neve o sul terreno appaga forse meglio della visione stessa di chi l’ha prodotta, perché consente di aggiungere altro mito a questo già mitico animale, ben più prezioso del capolavoro più prezioso, per essere qui il superstite eccezionale di una stirpe schiva e incolpevole eppure detestata dall’uomo, da sempre nemico di tutti i viventi compreso sé stesso. Ogni sacrificio, ogni sforzo deve essere fatto per consentire di rimanere e di prosperare a questo “nemico” sconfitto, anche se innocente: è per noi un imperativo, se vorremo meritare e godere quella condizione di “civiltà” conseguita anche a sue spese.

E così per il lupo. E’ ancora qui. Qualcuno ne avverte solamente la presenza; altri, nelle gelide notti d’inverno rischiarate dal fulgore delle stelle, ne ascoltano il lamentoso ululato emesso con la speranza di una risposta troppo spesso delusa. Anch’esso mi ha concesso il privilegio, rarissimo, di farsi vedere e fotografare: rovistava affamato in un turpe immondezzaio, ma era vivo  ed era libero!

Statuimo et ordiniamo che chi ammazzasse lupi over caverà lupaccini… habbi per mercede dalla comunità cinque giulji per ciaschedun lupo e un ducato per lestra di lupaccini”, così si legge nello statuto di Collepardo del XVII secolo ed erano norme dettate in un tempo in cui il “lupo cattivo” era tale per una somma di colpe non sue. Oggi che possiamo essere molto più obiettivi e magnanimi, dobbiamo invece elargire premi a chi segua l’esempio del Santo Francesco, che, usando appena un po’ d’amore, mostrò al mondo la mansuetudine della “belva”.

Il capriolo e il cinghiale, dopo essere scomparsi anch’essi da queste contrade per colpa dell’uomo, ad opera dell’uomo stesso sono tornati. Gli intenti, essenzialmente venatori, non sono stati in verità molto nobili, ma possono essere dimenticati di fronte all’appagante visione della timida e fugace sagoma del capriolo nel bosco. Molto meno, di fronte ai devastanti danni che i cinghiali non autoctoni arrecano nelle praterie e nel sottobosco, letteralmente arati dai loro grugni mai sazi.

Le discendenti di quelle aquile ammirate dal Gregorovius nell’800, si riproducono ancor’oggi nello stesso nido, divenuto colossale, che le ospitava allora. Assistere ai loro voli nuziali ai primi annunci di primavera, osservare il rientro al nido con la preda pesante, che le trascina in basso in caduta veloce, a stento frenata dalle ali possenti, oppure partecipare alla voglia di azzurro e di spazi infiniti che il giovane manifesta nella piena estate quando, ancora esitante, agita cauto le lunghe ali per saggiare l’impressione del volo: visioni fuggevoli che non si cancellano più; emozioni sottili che, pure, lasciano un segno profondo nell’animo.

Emozioni che si rinnovano all’ascolto notturno del verso gnaulante del gatto selvatico o alla vista del picchio muraiolo, piumata e rossa farfalla delle rupi: animali certamente non comuni e preziosi, come anche la fantomatica martora, il quercino (Eliomys quercinus), l’arvicola delle nevi (Microtus nivalis) oppure l’astore, schivo sovrano dei boschi più solitari, il falco pellegrino, fulmineo cacciatore delle rocce, e ancora il lanario, la coturnice (Alectoris graeca) mitico oggetto di perfide concupiscenze venatorie, la rondine montana (Hirundo rupestris), il fringuello alpino (Montifringilla nivalis) confidente girovago delle altitudini, condivise con il codirossone o con i vocianti gracchi corallini e alpini, acrobatici dominatori del vento.

E non si possono dimenticare quei fascinosi “notturni” così poco conosciuti dalla gente eppure tanto malvisti: i buffi rinolofi (Rhinolophus hipposideros e R. ferrumequinum) o il piccolo assiolo, col suo dolce “chiuuu”, il gufo comune, l’allocco, la civetta, il barbagianni.

Impossibile non fare cenno al merlo acquaiolo, vispo esploratore subacqueo dei freddi corsi d’acqua montani, abitati anche dalle trote, o alla salamandrina dagli occhiali, esile anfibio amico delle sorgenti ed endemico della nostra penisola, oppure allo svasso maggiore, che si può scorgere mentre naviga semisommerso nel Lago di Canterno, sorvegliato dalle rive dai severi aironi cenerini.

Chi tambureggia, invisibile, nel folto del bosco? Il raro picchio rosso minore, il più comune picchio rosso maggiore oppure il più grande picchio verde, che spesso si tradisce con la sua sonora “risata”? Era uno scoiattolo o un ghiro quel batuffolo scuro scomparso d’incanto nel folto dei rami da dove occhieggia la rara balia dal collare (Muscicapa albicollis) e il ciuffolotto? Eccolo! E’ il rigogolo! Il dorato ospite dell’estate, col suo richiamo flautato, artefice raffinato e sapiente di un nido tessuto spesso su un pioppo che bagna le radici nel ruscello guizzante di alborelle e triotti.

Quante forme, quante voci, quanti colori diversi si intrecciano su questa meravigliosa ribalta di vette, di boschi, di prati e di acque! A guardar bene, c’è anche un mondo minuto di insetti da scoprire: ne faremo ambasciatori, fra tutti, la Melanargia arge, endemica ed elegante farfalla dai delicati disegni neri, frequentatrice di assolati pendii ornati di ginestre; il Parnassius apollo, quasi un emblema della fauna montana, trovato su questi monti in un sito rimasto sconosciuto fino a ieri; altre rivelazioni recentissime sono quelle costituite dall’inaspettato ritrovamento della rarissima Limenitis camilla e della splendida e cangiante Apatura ilial’Anthocaris belia, gemma alata dalle ali citrine e aranciate, abitatrice delle alte quote, come anche l’altra endemica Mellicta varia, dal volo basso e spesso planato; oppure i tre rari Cychrus italicus, C. caraboides e C. attenuatus, cugini degli elegantissimi a rapidi Calosoma sycophanta e Archicarabus rossii; e, infine, la raffinata, splendida e davvero non comune Rosalia alpina amante dei vecchi faggi marcescenti.

Che dire di più? Gli animali che abitano questi spazi sono infinitamente più numerosi di quelli qui ricordati e sarebbe bello poterli menzionare tutti, almeno per onorare l’insostituibile ruolo che ognuno di essi svolge nella complessa trama di un equilibrio naturale, oscuro e sublime, che ha reso così prodiga e amena la terra degli Ernici.

Gaetano de Persiis

2 Comments

  1. fabio
    Posted 22 agosto 2015 at 22:19 | Permalink

    stimatissimo Gaetano! I miei piu’ sentiti complimenti e ringraziamenti per l’amore e l’impegno che ai per la tutela della flora e fauna della nostra terra.

  2. Massimiliano Proietti
    Posted 30 gennaio 2016 at 19:02 | Permalink

    Una rassegna della fauna originale ed avvincente che riesce a trasmettere l’intensa passione dell’autore, insieme il valore, considerevole, che giustamente viene attribuito alle specie rare di grande interesse conservazionistico.
    Lunga vita all’Orso! Perchè la sua sopravvivenza sarà garanzia di salvezza per importanti e ricchi ecosistemi.
    Complimenti.

Lascia un commento