Pregi floristici e problemi ambientali

Delle specie vegetali presenti sui Monti Ernici si è già parlato dettagliatamente, infatti una delle cose che si nota immediatamente è la grande ricchezza floristica di quest’area; in particolare l’abbondanza di boschi una ricchezza paesaggistica, naturale e turistica.

Questi sono rappresentati soprattutto dalla Faggeta, la quale si sviluppa dai 900 ai 1800 mt circa con la massima espansione altitudinale raggiunta nei pressi del Peschio della Cornacchia, Ortara e M. Monna (Fig. 1).

L’altra grande fascia boschiva è quella a Querceto che si estende tra i 600-900 mt e i cui principali rappresentanti sono il Quercus petraea  e Quercus pubescens cioè il Rovere e la Roverella, dei quali gli esempi più belli sono nei pressi di Trisulti con magnifici ed imponenti esemplari secolari (Fig. 2).

Il sottobosco del Querceto risulta essere molto ricco, soprattutto se confrontato con quello della Faggeta, ciò si deve alla maggior quantità di luce che arriva al suolo, permettendo cosi anche lo sviluppo di altre piante arboree come diversi tipi di Aceri, Carpini, Ginepro, Frassino, Leccio, etc.

Anche la lettiera di un Querceto, per lo stesso motivo, è più asciutta e da ciò consegue una maggior circolazione di animali a terra, mentre nella faggeta l’attività animale è concentrata sui rami e negli alberi marcescenti.

E’ però la faggeta l’ecosistema più importante, essendo il più esteso nei Monti Ernici (come anche nel resto dell’Appennino), bellissimi faggi secolari si possono osservare nella Valle dell’Inferno o nella Valle dell’Agnello (Fig. 3), mentre esemplari dalle strane e imponenti forme sono nella Valle di Capo Rio, Vallone S. Onofrio e Fonte della Moscosa; bellissime faggete d’alta quota sono invece tra Campo Catino e Pozzotello.

I faggi, che possono raggiungere i 30 m d’altezza e superare i 150 anni d’età, vivono in ambienti umidi, temperati e con elevata piovosità, la faggeta stessa contribuisce a creare microclimi più “freschi”, ciò lo percepiamo ad esempio, quando vi entriamo in estate. Questa specie necessita di precipitazioni costanti, le loro radici infatti hanno una notevole traspirazione e molta dell’acqua loro necessaria viene assorbita attraverso l’apparato fogliare, mentre invece non hanno particolari esigenze riguardo il suolo.

Nei Monti Ernici sono presenti anche rare Faggete che si possono definire “vicine ad uno stato naturale”, ciò lo si può dedurre dalla presenza di due importanti specie vegetali: l’Agrifoglio (Ilex aquifolium) e il Tasso (Taxus baccata) presenti rispettivamente nella Valle dell’Agnello e nella Valle dell’Inferno.

Il Tasso soprattutto ne indica uno stato originale e in buona salute, questa specie di ridotte dimensioni è un “fossile vivente” del periodo terziario (65-1,6 milioni di anni fa), ma soprattutto è l’ultimo testimone della ricchezza floristica dell’Europa in quell’epoca. Tale biodiversità floristica si perse a causa delle glaciazioni e per il pascolo dei grandi erbivori, la tossicità del suo fogliame però lo difese mentre il seme carnoso, commestibile per gli uccelli, ne agevolò la diffusione.

Già la sola presenza di questi Tassi ultrasecolari imporrebbe la presenza di un Parco Naturale.

Anche l’Agrifoglio, che è presente con importanti e rari esemplari a struttura arborea di 5-8 mt, indica il buono stato di salute di queste Faggete, da ricordare che anche questa è una specie protetta assolutamente da non tagliare o prelevare (es. rametti) in natura (Fig. 4).

Altra rarità floristica di queste montagne è la Stella alpina dell’Appennino, Leontopodium nivale, che è una specie rarissima a rischio d’estinzione, presente in soli 4-5 massicci dell’appennino: Sibillini, Laga-Gran Sasso, Majella e M. Ernici. Quest’ultimi sono l’unico gruppo dell’Appennino tirrenico ove è presente. Questa è una specie distinta dalla Stella alpina, rispetto la quale ha una maggior peluria, dimensioni più piccole e naturalmente un maggior stato di criticità dovuto alla sua rarità (Fig. 5).

Anche già la sola presenza di quest’endemismo meriterebbe l’esistenza di un Parco Naturale.

Ulteriore rarità è il Botton d’oro, Trollius europaeus, un relitto glaciale giunto fino all’Appennino centrale dalla regione Artica-Nord Europea durante il periodo glaciale e poi rimasto a quote più elevate (Fig. 6). Sono infatti varie le specie (soprattutto erbacee perenni) che durante l’ultima glaciazione sono giunte nell’Appennino dalle aree Artiche e Steppiche, questo grazie al “Ponte Ecologico” che vi era tra l’area Abruzzese e i Balcani.

La buona qualità ambientale di molte aree boschive degli Ernici è  ulteriormente testimoniata dalla presenza di Licheni, alcuni dei quali crescono sui tronchi dei faggi raggiungendo notevoli dimensioni, questi sono ottimi bioindicatori in quanto crescono soltanto dove la qualità dell’aria e dell’ambiente è davvero buona (Fig. 7).

PROBLEMI AMBIENTALI E VALORIZZAZIONE ECONOMICA

Per preservare tutta questa ricchezza è però necessaria un’attenta, seria, responsabile e consapevole cura di questo patrimonio.

Un utilizzo errato, soprattutto dal punto di vista etico e biologico, è quello avvenuto con lo sfruttamento di alcuni di questi boschi, si deve infatti considerare che se anche il taglio è una pratica che può essere utile al bosco stesso, un disboscamento eccessivo (come ad esempio sul M. Monna, che è addirittura visibile dall’autostrada) comporta gravi problemi per le piante restanti. Infatti un bosco deve esser considerato come un’unica entità, una comunità biologica, un’unica unità; in cui se viene a mancare un componente tutti gli altri ne soffriranno. Prendiamo ad esempio il fatto che una faggeta riesce a creare un microclima che è l’ideale per la vita dei faggi, se il bosco però non è abbastanza compatto questo non avviene e le singole piante saranno più soggette a malattie, parassiti, stress, vento, gelo, altri agenti atmosferici e la mortalità degli alberi aumenterà, tutto questo laddove molti esemplari sono già stati abbattuti, con il rischio quindi di entrare in un processo irreversibile dove il bosco non è più in grado di autorigenerarsi. Altri esempi più espliciti ed immediati di problemi legati a questo tipo d’approccio nell’utilizzo delle risorse vegetali, li si può osservare nei numerosi alberi spezzati o estremamente piegati nelle aree disboscate (Fig. 8), dove fenomeni atmosferici come nevicate, che normalmente non causerebbero danni (perché le piante si sorreggerebbero tra loro) hanno invece provocato molti danni, spezzando molti degli alberi lasciati dal taglio del bosco.

Non sono certo problemi da sottovalutare perché la Frammentazione degli Habitat è uno dei principali problemi ambientali contemporanei, la quale può riflettersi sull’uomo almeno in due modi. Il primo è senza dubbio il danno paesaggistico-economico sia per i singoli cittadini sia per le attività commerciali, basti pensare alla differenza tra un ristorante che può contare su un bel panorama ed uno con vista su un ambiente deturpato. L’altro molto più grave riguarda tutti i pericoli legati al dissesto idro-geologico con maggiore possibilità di frane o di alluvioni dovute a intensi eventi climatici. Le alluvioni (o pericolose piene) ad esempio, potrebbero essere agevolate dalla grande quantità di rami lasciati per terra dal taglio dei boschi (Fig. 9), quando invece la ditta autorizzata al taglio sarebbe obbligata a rimuovere tali resti, ma ciò spesso non avviene. Queste rimanenze creano anche problemi al sottobosco, soffocando e impedendo l’accrescimento di specie erbacee o giovani arbusti e, come se non bastasse, sono un pericolosissimo combustibile in eventuali incendi che diverrebbero ancor più difficilmente gestibili.

Tutto ciò fa capire come tutte le entità biologiche di un bosco, ma anche le comunità cittadine che vi vivono vicino, siano strettamente legate e un danno ad una può riflettersi e ampliarsi sull’altra.

ESCURSIONE CONSIGLIATA

Per la completezza del percorso dal punto di vista botanico e per la possibilità di osservare tutti i vari ambienti trattati, la migliore escursione è senza dubbio quella che da Trisulti sale alla vetta di Monte Rotonaria, con la possibilità di aggiungere la variante che porta a Monte Monna. Si parte infatti da un bellissimo querceto con una gran ricchezza di specie arboree e un florido sottobosco, si attraversa quindi la zona di passaggio con la faggeta, per entrare in un folto ed evocativo bosco di faggi ed uscire quindi a Sella Faito, bellissimo il panorama e gli imponenti alberi (Fig. 10). Qui c’è la deviazione per la vetta del M. Rotonaria con uno stupendo panorama sulla Ciociaria e la vallata del fiume Capo Rio sottostante, il tutto da uno strapiombo di quasi 1000 mt.

Si può poi scegliere di salire (tornando a Sella Faito) verso M. Monna per trovare praterie d’alta quota e pietraie.

Il ritorno è sul sentiero dell’andata oppure si può proseguire per Campo Catino, nel qual caso servirà organizzarsi per i mezzi di trasporto.

 

Dott. Costantini Stefano

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